Dopo pranzo

Allungo la mano. Accarezzo leggermente il suo viso dolce e accogliente. Lei sorride, si china piano, me la bacia.

E’ seduta ad un tavolo, nella sala vuota del ristorante. Si protende verso di me. La sua camicetta candida, ricamata, sembra aprirsi un po’ di più. Il solco nettissimo dei suoi seni è un invito. E’ appena nascosto da un grosso crocifisso argentato, brillante, che le pende dal collo. Scosto il crocifisso, faccio scendere le punte delle dita della mia mano nel solco. La sia pelle è calda, morbida. Abbronzata. Una pelle vissuta e sensibile. Non so quanti anni abbia, sicuramente non più di quaranta, sicuramente non meno di trentacinque, ma non so se siano più trentacinque o quaranta. Chiude gli occhi, sorride ancora, assapora la mia carezza.

Faccio scorrere ancora le dita lungo il profilo del collo della camicetta. Non credo di averne mai vista una così bianca. E poi faccio scendere la mano sul lino leggero, per assaporare nel palmo la rotondità piena, leggermente pendente del suo seno. Sensazione di soddisfazione, gioia e sollievo. Sento attraverso il tessuto il calore della sua pelle, e la fascia rigida del reggiseno, che lascia scoperta la maggior parte dei seni, permettendo un’esplosione felice di bellezza. Mi sembra quasi di indovinare, sotto il bianco della camicetta e del reggiseno, delle grandi aureole, scurissime. Ma forse è solo un’impressione, una fantasia. Quello che non è una fantasia è il lieve, tenero rigonfiamento del capezzolo. Troppo modesto per poterlo afferrare tra due dita. Ma sufficientemente desideroso da poterlo vedere attraverso il duplice tessuto.

Apre gli occhi, mi prende la mano, se la reinfila nella scollatura. La provoca ad infilarsi tra pelle e reggiseno, a violare la coppa rigida. Ora lo sento sotto le dita. L’aureola è grande, ruvida. Il capezzolo duro, piccolo ma eretto. E’ lei, sento che vuole e che mi vuole.

Mentre la mia mano continua il suo viaggio, lei, sempre protesa verso di me, seduto vicino a lei al tavolo, si slaccia lentamente i bottoni della camicetta, ne scosta i lembi, la apre. Ora sì, posso vedere i suoi seni, coperti appena dal reggiseno, grandi, offerti. Vedo anche il tatuaggio sopra il seno destro, un delfino che si inarca tra le onde. Lo avevo talvolta intravisto, quando mi serviva ai tavoli, ma non era mai stato abbastanza scoperto perché io potessi capire di che si trattasse.

Si alza in piedi. Senza togliere i suoi occhi dai miei, occhi che sembrano brillare di minuscole pagliuzze d’oro, si porta le mani alla schiena e si slaccia il reggiseno. Le coppe cadono all’improvviso. Ora li posso vedere, i seni; belli e grandi come li avevo immaginati, vestiti solo dal crocifisso che continua a penderle dal collo. Anche le aureole dei capezzoli sono come le avevo immaginate, grandi, belle, scurissime sulla pelle già scura. E’ bellissima. Ora è nuda fino alla vita; i blue jeans a vita bassa espongono l’ombelico, in cui brilla un piccolo piercing. Si avvicina a me, ci abbracciamo. Bacio la pelle satinata del suo collo, ne aspiro l’odore, mi faccio solleticare dai capelli neri, ricci e non troppo lunghi, che le ricadono con abbondanza sulle spalle. Mentre siamo abbracciati, mi cade l’occhio, oltre le sue spalle, sulla sedia su cui era seduta fino a pochi istanti prima. Come spesso capita alle sedie da ristorante, i montanti di legno dello schienale terminano con due sporgenze fusiformi. Ne tocco una, è molto levigata, la sua forma è semplice e perfetta. Lei si accorge dei miei maneggi, si stacca da me quel tanto che basta per girare la testa, e guarda. Sorride, vedendo le mie dita che percorrono uno dei due fusi. Si possono svitare, mi dice. Spesso mi restano in mano quando faccio le pulizie. Ha già capito.

Svito uno dei due fusi senza troppe difficoltà. Lei, voltandomi le spalle, si slaccia i pantaloni, se li abbassa. Appaiono le forme del suo culo, piene, grandi. Degno contraltare dei suoi seni. Si sfila i pantaloni. Si abbassa le mutandine, si china. Con le mani allarga i glutei. La sua via più stretta mi appare, rosea, invitante. Col dito indice della sua mano destra, ornato, come le altre, da grossi anelli e da un’unghia perlata, se la tocca, come per ammorbidirla e rilassarla. Appoggio la punta del fuso, e aspetto qualche secondo. Guardo per un attimo le varie bottiglie di olio allineate su uno scaffale. Non ho lubrificante, ma anche se ne avessi non lo userei.

Spingo, lentamente ma con decisione. Il fuso si apre poco per volta il cammino. Sento che il suo respiro accelera, sento quasi il cuore che le batte più forte. Poi, dopo che la parte più stretta del fuso ha varcato la soglia, esso viene letteralmente ingoiato, con voracità. Mi accorgo che adesso lei sta serrando con forza i muscoli, forse per trattenerlo, forse per sentirlo di più. Si rialza lentamente, la sorreggo. Si volta verso di me, mi guarda, mi sorride, mi abbraccia. Ora è completamente nuda, salvo gli anelli, i bracciali, gli orecchini a cerchio, il crocifisso al collo, una sottile cavigliera. Abbracciandola, sento che è sudata, sento il suo cuore battere più veloce. Ti piace? le dico, mentre con una mano muovo leggermente la base del fuso, che è rimasta fuori. Lei mi stringe più forte, accenna di sì con la testa. Cosa mi farai adesso? chiede. Aspetta, ti faccio vedere, le dico.

Apro la borsa, ne estraggo alcune corde di nylon, e poi un frustino. E’ un piccolo capolavoro di artigianato della perversione, e ne vado molto fiero; è lunghissimo, spesso come il manico dalla parte del manico, e poi progressivamente più sottile, fino a diventare un filo leggerissimo sulla punta. Una volta srotolato, si irrigidisce. Lo srotolo, glielo mostro. Lei allunga la mano, lo tocca, ne saggia la morbidezza tra le dita. E’ per i tuoi seni, le dico. Lei annuisce leggermente. E’ bellissima e dolce.

La faccio sedere di nuovo, avendo cura che il fuso che la penetra di dietro non si sfili. Prendo una corda. Spontaneamente, lei incrocia i polsi dietro la schiena. Glieli lego strettamente, e poi le bacio le mani, abbellite da anelli e bracciali di gusto un po’ pesante, ma perfetti per lei. Potrei legarla allo schienale della sedia per la vita, ma decido di fare un’altra cosa. I suoi piedi nudi ora appoggiano per terra. Avvolgo una corda attorno alla caviglia del suo piede destro, poi la passo attorno al montante dello schienale e tiro. Il piede è costretto a rinunciare al suo appoggio. Tocca terra più solo con la punta. Tiro ancora la corda, e ora è interamente sollevato. E’ un piede grande e forte, abituato com’è a percorrere chilometri tra i tavoli della sala, ma ora fa tenerezza, così legato e sospeso nell’aria. Faccio lo stesso anche con l’altro piede. Ora è costretta a gravare con tutto il suo peso sul fuso che la penetra intimamente. Comprendo che sia molto per lei, mi avvicino, le accarezzo il viso, la bacio sulla fronte. Lei mi guarda con occhi quasi sofferenti, ma che dicono si. Continuando a tenere il viso appoggiato alla sua fronte aspiro il profumo dei suoi capelli e del suo sudore, e intanto le accarezzo, con la mano destra, i seni. Cerco di essere il più delicato possibile, voglio sensibilizzarglieli molto, perché siano più pronti per il frustino.

Per maneggiare un frustino come questo occorre una grande precisione. Mi allontano da lei i quasi due metri che la sua lunghezza richiedono, poi comincio a muoverlo. La punta del frustino sfiora il suo capezzolo sinistro in un piccolo universo di schizzi, come il volo preciso e leggero di una libellula. Lei chiude gli occhi e fa quello che mi aspettavo: si sporge leggermente in avanti, portandosi a contatto. Il ronzio dell’aria tagliata dal frustino viene improvvisamente interrotto dal rumore picchiettato del contatto con il capezzolo. Con un piccolo gemito lei retrocede, ma io non mi fermo. Chiude gli occhi, si sporge di nuovo in avanti. Di nuovo quel rumore sottile, che mi eccita terribilmente. Questa volta resiste un po’ di più, quasi cinque secondi, poi retrocede, gli occhi chiusi, la bocca aperta e sospirosa, le labbra gonfie. Ora il capezzolo stimolato è straordinariamente eretto, molto più di quanto non fosse poco fa. E’ straordinario come collabora; quindi lascio sempre che sia lei a decidere i tempi. L’atto si ripete altre quattro volte, poi mi accorgo che cerca di avvicinare alla punta del frustino l’altro seno. Lo sposto leggermente, e concedo attenzione all’altro seno. Anche questa volta ci incontriamo cinque o sei volte, e anche questo seno, come il primo, appare presto solcato da leggerissime striature rosate che, assieme al suo sorriso goduto e dolorante, lo rendono ancora più bello.

Credo che sia vicinissima al piacere, il viso arrossato, il respiro affannoso. Ma un improvviso rumore proveniente dalla cucina interrompe la nostra conversazione di suoni e di piaceri.

Lascio cadere il frustino, mi avvicino alla porta della cucina, la apro di scatto. E la piccola è lì.

La piccola è l’altra cameriera del ristorante, molto più giovane della collega. Avrà diciannove, vent’anni. Al massimo ventitre. Bionda, capelli corti; una trentina di centimetri più piccola di lei. E’ molto graziosa. La sua collega è bella. Sono concetti del tutto diversi.

La prendo per un polso, la tiro in sala da pranzo. Senza cattiveria, ma non voglio che sfugga. Io sono divertito dalla situazione, ma la sua collega, la grande, è molto imbarazzata. Peraltro non può fuggire, né coprirsi, né nascondersi, perché è legata alla sedia. E anche perché è ancora in attesa del suo piacere. Oddio… Tu qui? le dice.

Sono tornata per prendere dei libri dell’università che avevo dimenticato, dice la piccola, arrossendo violentemente. Ho sentito dei rumori, non pensavo…

Non preoccuparti, le dico. Non ci dai nessun fastidio. Vero? dico alla grande, legata. No, fa cenno lei con il viso, con un sorriso imbarazzato.

Riprendo la frusta, ricomincio a lavorarle i seni come prima. Di tanto in tanto guardo verso la piccola, cercando di fare in modo che non se ne accorga, per non imbarazzarla troppo. Si è seduta non troppo lontano da noi, e osserva. Il suo viso è serio e interessato. Si comprende bene che per lei è una situazione del tutto nuova, ma che nello stesso tempo è profondamente affascinata da ciò che sta vedendo. Anche la grande, adesso, ha accettato la presenza dell’altra, e ha ricominciato a percorrere i sentieri segreti e intrecciati del suo piacere e del suo dolore.

Dopo alcuni minuti mi interrompo, mi volto verso la piccola e le parlo. Ti piace la tua collega? Guarda com’è vicina al piacere, basterebbe toccarla per farla esplodere… Mia cugina, mi corregge lei. Ah, non lo sapevo… rispondo. Guardo di nuovo la grande; è troppo eccitata, ora, per rinnovare un moto di imbarazzo.

Allungo la mano, prendo di nuovo la piccola per un polso, la faccio alzare. Lei non oppone resistenza, si lascia condurre piuttosto docilmente, e questo mi sorprende. Ma forse è già stata catturata nel nostro piccolo mondo. O forse la intimorisce la frusta, che ho maneggiato fino a pochi attimi prima. Non la userei mai su di lei, ma questo lei non lo sa.

La conduco di fronte alle gambe aperte della grande. Poi l’attiro verso il basso, la faccio inginocchiare. Il suo viso, ora, è a una trentina di centimetri dal sesso, straordinariamente schiuso, bagnato ed odoroso. Appoggio una mano sulla sua nuca, la costringo, con delicatezza ma anche con decisione, ad avvicinare le labbra alle labbra. Lei fa qualche resistenza, ma ancora una volta il fascino della situazione ha la meglio sulla sua volontà. Non devo forzarla oltre; appoggia le mani sulle gambe aperte della cugina, gliele fa schiudere ulteriormente e accosta la bocca. Un’ultimo attimo di esitazione, e poi finalmente la sua piccola lingua dardeggia tra le labbra sottili e schiuse, toccando il clitoride eretto. La grande ha un sussulto violentissimo, e geme. La piccola si ferma un attimo, come sorpresa dalla violenza della reazione; poi increspa appena il suo viso serio in un sorriso, e ricomincia con più decisione, cercando l’arte migliore per offrire piacere alla grande, forse quasi orgogliosa del suo potere. E la grande si scuote ancora, mettendo a dura prova le corde che la imprigionano. Passo dietro di lei, le accarezzo i seni per addolcirli dagli attimi appena trascorsi. Lei crolla all’indietro il capo, appoggiandomi alla spalla la sua cascata di riccioli neri. Non venire ancora, le dico. Cerca di resistere… Intanto la piccola lavora per ottenere l’effetto contrario.

Mi chino vicino a lei, cercando di non disturbare troppo i suoi movimenti. Leggermente le sbottono la camicetta, gliela apro, gliela sfilo dalle spalle. Lei, intenta nel suo lavoro, mi lascia fare. Le slaccio anche il piccolo reggiseno nero. Appaiono i suoi seni, dai capezzoli piccoli e tesi. Glieli accarezzo con molta delicatezza e discrezione. La grande guarda con attenzione i miei movimenti, sul suo viso bagnato di sudore si sono appiccicate delle ciocche di capelli. La eccita il fatto che io abbia denudato e stia accarezzando per lei il corpo sottile e minuto della piccola, intenta all’adorazione del suo sesso.

E infatti il suo piacere poco dopo esplode. Grida, si scuote forsennatamente. Io cerco di tenerle ferma la testa, la bacio ancora sulla fronte. La piccola si interrompe, la guarda sorpresa, ma anche fiera del suo lavoro, forse. Accarezzandole e baciandole i seni aspetto che riacquisti poco per volta un respiro normale; intanto, la piccola le scioglie le caviglie. Sta per scioglierle anche i polsi, ma la fermo.

La grande riappoggia per terra le piante dei piedi. Ha ancora dentro di sé il piccolo fuso di legno. Io e la piccola, graziosa e sensuale con i suoi piccoli seni nudi ma ancora vestita dalla vita in giù da un paio di laici blue jeans e scarpe da ginnastica, la aiutiamo a rialzarsi.

Quando è in piedi, si china sulla piccola e la bacia sulla testa. La piccola le sorride, dolcissima e complice.

Facciamola inginocchiare, dico alla piccola. Tenendola per le braccia, le facciamo appoggiare a terra le ginocchia. Ora è seduta sui talloni nudi, le mani ancora legate dietro la schiena, il fuso di legno ancora a riempirla, i seni arrossati dai colpi del frustino. E’ splendida. Le vado davanti e libero dai pantaloni la mia erezione, poi comincio a masturbarmi. Lei protende il viso a pochi centimetri dal mio glande, guardandomi sorridendo. La piccola si inginocchia anche lei vicino alla cugina, le appoggia il capo sulla spalla accarezzandole dolcemente i seni, e guarda affascinata.

Non occorre molto. In pochi minuti il mio getto si abbatte sul viso della grande, bagnandole le labbra, il naso, gli occhi, la fronte, i capelli. La piccola la stringe più forte, poi le fa voltare il viso con la mano e la bacia.